Ode allo spinning (… con humor)

Troviamo – e pubblichiamo qui – un simpaticissimo post comparso oltre 10 anni fa sul gruppo Usenet “it.hobby.cicloturismo”

cobra_nero

Cobra nero… o istruttore di spinning ?

“Seguo le gocce che scendono come se fossi ipnotizzato.
Anzi sono ipnotizzato.
Le gocce scendono a grappoli.
Volano leggere e cadono in basso. Toccano il telaio nero, si frangono
in sorelle più piccole, proseguono il volo verso il loro destino.
L’ipnosi è totale.
La morte è sicuramente dietro l’angolo solo che non lo so ancora.
Nelle orecchie un frastuono ritmico, negli occhi gocce che annebbiano
la vista.
Mi guardo i piedi. Vorticano come le pale di un elicottero fuori giri.
Il respiro é accelerato e umido di gocce.
Respiro aria e gocce in una specie di aerosol naturale.
Attorno a me altre persone, stesse condizioni.
Forzati che possono scappare quando vogliono e invece sono tutti
ipnotizzati dagli occhi del Cobra.
Con una sola occhiata il Cobra ci tiene tutti sotto ipnosi.
Nessuno molla il ritmo anche se sta per rendere l’anima peccatrice al
creatore.
Mollare, mai!
Il Cobra non suda. Ride e ulula.
Il Cobra talvolta, prende il suo attrezzo di tortura e ti si mette
davanti, naso contro naso e ti ulula addosso a ritmo feroce.

Il Cobra mi guarda e sorride. Gli sorrido di rimando ma in realtà il
mio sorriso non è segno di allegria e felicità, è l’ultimo ghigno
tetanico che mi si plasma sul volto stravolto dalla fatica prima del
coma assoluto e globale che mi attirerà nel profondo delle tenebre.
Lui, il Cobra crede che io gli stia sorridendo. Illuso.
Io ipnotizzato, lui illuso.

Star per morire significa questo.
Sudore a profusione incontrollata, frequenza cardiaca al limite del
rottura fisica del muscolo cardiaco, velocità del flusso ematico non
misurabile con strumenti terreni, nemmeno con i più sofisticati,
salivazione e controllo degli organi interni assente da tempo.
Occhi velati da gocce di lacrime di isteria premortale o sudore, non
saprei dire.
Orecchie intasate da una musica battente senza fine, che non assomiglia
assolutamente alle Trombe del Giudizio di cui ho sempre letto.
Sembra più una musica da zamarri di quarta categoria.
Si sentono anche urla di ragazze che stanno per andarsene.
Ultime urla disperate e incoscienti prima del gran salto.
Gli sfinteri non sono più controllabili. Succeda quel succeda.

Il marasma clinico avviene sullo strumento più imbecille che l’uomo
abbia mai inventato per soffrire.
Una cazzo di bicicletta finta. Nera. Senza ruote. Coi piedi.
Con un manubrio che è l’emblema del tradimento d’amore. Corna, insomma.
Come quelle di un bue maremmano.
Un accrocchio pesante come un 747 a pieno carico pronto per la
trasvolata S. Mauro Torinese-Tokyo.
Il freno sembra la leva di emergenza che sempre avrei voluto tirare sui
treni.
Il freno c’è ma è vietato toccarlo.
Il Cobra ti fulminerebbe alla sola idea.
Ci sarebbe una ruota, che sembra un disco, che se lo affili diventa
utile per affettarci dell’ottimo Parma stagionato da servire con melone
fresco e un bianco ghiacciato da ricordare.
La lama da affettatrice gira a una velocità che potresti far fuori otto-
nove cosce di San Daniele in un quarto d’ora. Osso compreso.

I fighi, gli addetti ai lavori, chiamano tutta questa faccenda
sacrificale: Spinning.
Usano un nome inglese per attirare la gente a cercar di morire in un
modo idiota.
Se usassero un nome italiano chi diavolo mai ci verrebbe a pedalare su
quei cosi neri come dei corvi.
E poi in italiano come si potrebbe chiamare una specialità di questo
genere?

Pedalare stando fermi?
Vorticar di piedi e gambe e far fatica?
Bici da camera? Più noioso il nome del fatto.

Spinning! Senti come suona bene. ” Hey, io faccio spinning!
Oppure: ” Dai! Vieni anche tu a fare spinning, oh yeah!”

Dovresti vederlo il Cobra all’inizio della sessione.
Tenuta nera, dalla testa ai piedi. Il ghigno da serpente mortale già
dipinto sul viso, incita tutti a darsi una mossa che è tardi.

Comincia a pedalare e sorride come se avesse appena vinto una
tonnellata di biglietti da 500 euro. E’ felice, ilCobra.
Tu anche sei ancora rilassato, hai ancora in mente la colazione
meravigliosa che ti sei sparato poche ore prima.
Hai in testa ancora le ultime attività condotte nella mattina.
Il tuo lavoro. La tua vita di relazione col mondo. Roba normale,
coerente e sensata, tipica di molti esseri umani.
Poi ti ritrovi lì, su un accrocchio nero come un corvo e sai che
potrebbe essere la volta che un pezzo di coronaria salta via a ritmo di
unz unz unz.

Mano a mano che pedali senti che il calore ti avviluppa in un sudario.
Di sudore. Appunto.
Prima solo un’apparenza, poi un velo, poi un’imperlatura, poi una
intera coltivazione di perle di sudore, poi una doccia ciclopica che
cola dappertutto.
Facendo danni e pozze sul pavimento.
Dalla fronte, maggiore produttore di sudore, alla punta del naso, poi
giù a rivoli per il collo a inzuppare una maglietta che un tempo era
asciutta e magari pure amorevolmente stirata.
Quella maglietta alla fine del massacro farebbe vomitare una capra
algerina.

Mi sudano pure i gomiti!
Ma quando mai hanno sudato i gomiti nella storia del genere umano?

In cima a quello stupido accrocchio, mentre le gambe ruotano come pale
di un mulino di Amsterdam investito da un tifone proveniente dai
Caraibi, puoi assistere a manifestazioni che la medicina ufficiale
stenta a comprendere e a descrivere.

Dolore fisico, calore prodotto misurabile solo con gradi e numeri
fantastici, sudore a pressione che esce come vapore da un ferro da
stiro, facce porpora viranti al lillà, fiatone pesante e ologrammi a
mezz’aria di metri quadri di pizza quattro stagioni. Sogno una birra
media da congestione ogni volta e pure un cheesburger doppio alle tre
salse velenose.

Il Cobra chiama a chiudere il freno, due volte. Tre volte. Otto volte.
Poi ti guarda e ti fa: ” Bella salita, eh? Senti il profumo dei pini!”
“Fanculo, Cobra! Non vedi che sto faticando come un asino asmatico e
stronco?”

Poi ha pietà di te. Dopo averti fatto sputare il panettone di tre anni
fa, ti concede di mollare il freno mentre lui cambia disco.
“Relax, relax!” dice.
“Sciogliete le gambe” aggiunge, che a quel punto, senza freno e sotto
la spinta che gli davi fino a poco prima, prendono a girare in modo
inquietante anche per Gimondi e sperimenti in prima persona la
separazione del corpo dalla mente.
Tu vorresti fermare le povere gambe ma loro sono preda di un impulso
incontrollato e vanno a ruota liberissima. Come pazze.
Non ti riposi per nulla, anzi! Fai una fatica pazzesca e intanto il
cobra ha già scelto una nuova musica per il successivo turno di
esaurimento fisico e mentale.

Unz, unz, unz, “In piedi sui pedali!”, unz, unz, unz, ” Mani in tre!”,
unz,unz,unz,
“Peso indietro!” unz,unz,unz, e tu come un deficiente gli dai ascolto,
culo in alto, morale in basso, schiena piatta e ti impegni a farlo
contento. Altrimenti ti morde!

Altri cinque minuti, dove, se gli gira, ti ordina pure di chiudere
tutto il freno. Tutto.
” Solo quelli che ce la fanno!” dice.
Ovvio che nessuno vuol passare da pippa e tutti chiudono il maledetto
freno fino a quando ti sembra di pedalare nella polenta taragna.
Piuttosto che fermarti ti faresti uccidere a bastonate, e senti che
parte del miocardio se ne è già andato a farsi fottere, e pensi agli
interventi costosissimi di trapianti cardiaco..

Dopo quarantacinque minuti di olocausto, il Cobra si decide a
rallentare.
E’ ora dello stretching.

Allora. Lo stretching sarebbe una cosa che ti fa rilassare tutti
muscoli e fa bene.
Se non altro hai la certezza che quando hai cominciato a stirarti quel
poco che rimane da stirare, significa che non dovrai più montare sul
trampolo nero.

Il Cobra assume un’aria da Carla Fracci con la bronchite e comincia una
serie di movimenti morbidi e flessuosi per portare il povero organismo
insultato a uno stato di benessere.
I movimenti li eseguo ma non mi piaccio molto.
Anche perché il senso dell’equilibrio è andato, e in piedi non ci sto
ben saldo.
Ho il mal d’accrocchio nero! Il mondo intorno a me ondeggia leggermente.

E poi quando faccio lo stretching mi viene in mente mio cugino che
quando fa lo stretching sembra un bue muschiato in preda a una colica
renale. Muggisce pure.
Ma lui non fa spinning!

Si finisce con un applauso! Si, un applauso. Manco ti rimane la forza
di mettere la firma sul tuo testamento olografo e vieni invitato pure
ad applaudire le gesta della serpe e di tutti i tuoi compagnucci di
fatica e infarto mancato per un pelo.

Si passa alla tradizionale asciugatura dell’attrezzo infernale.
Carta e alcool. Metri di carta per asciugare lo stagno che ho fatto
intorno all’accrocchio.
Inginocchiato a terra come una serva asciugo gocce mentre continuo a
sudare e a gocciolare gocce che continuo ad asciugare in un circolo
ridicolo senza fine.

Penso che mai più nella vita!

E poi il martedì dopo, all’una, invece di spararmi una cofana di
lasagne al forno e un barilotto di dolcetto di Dogliani, sono di nuovo
alla ricerca degli occhi del mio Cobra preferito”

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